Ho trovato molto interessante il parallelismo con editor, ghostwriter e assistenti: in effetti il supporto al lavoro intellettuale è sempre esistito e nessuno ha mai messo in discussione la professionalità di chi se ne avvale. Credo però che oggi ci sia una domanda ulteriore da affrontare: se l'IA aumenta enormemente la produttività, come facciamo in modo che questo beneficio non si traduca solo in maggiori profitti, ma anche in più innovazione, salari migliori, nuove competenze e maggiore ricchezza collettiva? Secondo me è qui che entra in gioco la politica. La questione non è essere pro o contro l'IA, ma costruire incentivi che rendano conveniente usarla per creare nuovo valore, non semplicemente per ridurre il costo del lavoro. È una distinzione che, a mio avviso, diventerà sempre più centrale.
Grazie, hai messo il dito nella proverbiale piaga. Il parallelo con editor e ghostwriter serve a spostare l'attenzione dallo strumento a chi lo usa e come, ma poi c'è il tema del valore generato. La storia del lavoro ci insegna che un aumento di produttività non si traduce in aumento salari o competenze. Il rischio concreto è che la produttività diventi l'alibi per tagliare organico invece che il punto di partenza per redistribuire. Per questo insisto sul fatto che l'AI riguarda sempre anche il lavoro e le sue gerarchie: la domanda su chi guadagna da questa produttività è, come dici tu, prima politica che tecnica.
Mi interessa la parte sugli incentivi che proponi: hai in mente esempi concreti italiani o esteri?
Domanda tutt'altro che semplice. Più che a un singolo esempio italiano o estero, sto provando a ragionare su un insieme di strumenti che orientino gli incentivi nella stessa direzione: premiare chi usa l'IA per creare nuovo valore, aumentare la produttività, investire in ricerca e redistribuire parte dei benefici attraverso salari e competenze, invece che limitarsi a sostituire lavoro con lavoro meno costoso.
È un ragionamento che attraversa gran parte delle proposte raccolte in Vogliamo Futuro, quindi sarebbe difficile riassumerlo in un commento. Se ti interessa, qui ho provato a sintetizzarne uno dei principi di fondo: il ruolo dello Stato e del fisco non dovrebbe essere solo redistribuire la ricchezza, ma orientarla verso ciò che genera nuovo valore. https://vogliamofuturo.substack.com/p/perche-una-casa-sfitta-non-vale-quanto
Credo che nei prossimi anni il vero dibattito non sarà tanto cosa può fare l'IA, ma come progettare istituzioni e incentivi capaci di decidere chi beneficerà della produttività che l'IA renderà possibile
Grazie per la riflessione, confesso che anche io leggendo un bel testo lungo e articolato mi sono posta la domanda se sia stato generato con AI. Probabilmente solo perché di AI si parla moltissimo, nel bene e nel male, e spesso anche a sproposito. Invece il lavoro di ghistwriter, redazioni, ecc. per definizione è sempre rimasto "fantasma", come scrivi tu, a parte qualche bel film, o romanzo, che ha parzialmente sollevato il velo. A partire dal misconosciuto lavoro di quelli che ai miei tempi all' università si chiamavano "ricercatori", che pagati una miseria seguivano tutte le tesi dei laureandi a cui il "barone" di grido si limitava ad apporre la firma conclusiva, e, se si degnava, presentarla alla discussione di laurea! Forse la perplessità nasce dal fatto che la "macchina" per molti di noi è ancora qualcosa che si contrappone all' artigianato di chi "lavora con le mani", per quanto sappiamo bene che i lavori fatti "con le mani" sono quelli poco retribuiti, faticosi e rifiutati da quasi tutti! O forse semplicemente perché se riusciamo a capire il lavoro di uno scrittore, fatto al computer piuttosto che a penna, o di un illustratore, che usa Canva piuttosto che il pennello, il processo dietro il funzionamento dell' AI ci risulta molto fumoso e incomprensibile.
Però ritengo che sarebbe corretto precisare per ogni opera l' utilizzo dell' AI, e dei ghostwriter (come quello di qualsiasi supporto), un po' come per i prodotti tessili o di pelle si precisa "fatto a mano" o "vera pelle" (che poi sia vero è un altro discorso, ma un occhio attento sa distinguerlo). Ecco forse è questo: che non siamo più in grado di distinguere il vero dal falso, la realtà dalle fake news, e finiamo di dubitare di tutto e dire "è tutto finto", come se vivessimo in una specie di "Truman show" planetario aggiornato all' oggi!
Grazie, mi ritrovo molto nelle tue parole. IIl fatto di non sapere più distinguere che cosa è scritto, corretto, montato, suggerito o generato, mi rende sospettosa di tutto. Oggi su LinkedIn ho risposto al commento di una persona dopo essermi interrogata a lungo sul fatto di dirle o meno che il suo commento sull’uso consapevole dell’AI era evidentemente generato da un’AI (interrogata male, peraltro). Spoiler: non l’ho fatto. Non ne ho avuto il coraggio e poi io ormai sono una che vede AI ovunque.
Il parallelo con editor, ricercatori e ghostwriter è molto utile, ma mette in luce anche una differenza che diventerà sempre più importante: non tutte le forme di «aiuto» hanno lo stesso grado di delega. Un modello usato per interrogare una struttura argomentativa o individuare un punto cieco resta vicino al rapporto con un editor; un agente che cerca fonti, sintetizza documenti, invia comunicazioni o aggiorna dati in autonomia introduce invece una catena operativa che va resa verificabile.
Nei progetti con AI agentica, la domanda pratica non è quindi «hai usato l'AI?», troppo generica per dire qualcosa sulla qualità del lavoro. È: quali passaggi hai delegato, con quali fonti, quali vincoli e quali controlli umani? Un professionista non perde legittimità perché usa uno strumento; la consolida quando sa delimitare ciò che lo strumento può fare, riconoscere dove può sbagliare e assumersi la responsabilità dell'esito. Un agente può democratizzare una parte del supporto che prima era riservato a chi poteva permettersi un team, ma senza tracciabilità rischia anche di rendere invisibili errori, pregiudizi e decisioni difficili da contestare.
Forse la trasparenza più equa non è l'obbligo rituale di dichiarare ogni uso dell'AI, che finirebbe per colpire soprattutto chi ha meno margine reputazionale. È una trasparenza proporzionata: più lo strumento agisce autonomamente, più l'output ha conseguenze concrete e più deve essere possibile ricostruire il processo, verificare le fonti e sapere chi ha avuto l'ultima parola. La firma resta umana non perché ogni frase sia stata digitata da una persona, ma perché una persona può difenderne metodo, evidenze e conseguenze.
Sul passaggio dalla semplice assistenza alla delega verificabile negli agenti AI, il report "Stati Generali dell'AI Agentica" raccoglie pratiche di adozione e governance: https://datamoney.ch/stati-generali-ai-agentica.html
Ho trovato molto interessante il parallelismo con editor, ghostwriter e assistenti: in effetti il supporto al lavoro intellettuale è sempre esistito e nessuno ha mai messo in discussione la professionalità di chi se ne avvale. Credo però che oggi ci sia una domanda ulteriore da affrontare: se l'IA aumenta enormemente la produttività, come facciamo in modo che questo beneficio non si traduca solo in maggiori profitti, ma anche in più innovazione, salari migliori, nuove competenze e maggiore ricchezza collettiva? Secondo me è qui che entra in gioco la politica. La questione non è essere pro o contro l'IA, ma costruire incentivi che rendano conveniente usarla per creare nuovo valore, non semplicemente per ridurre il costo del lavoro. È una distinzione che, a mio avviso, diventerà sempre più centrale.
Grazie, hai messo il dito nella proverbiale piaga. Il parallelo con editor e ghostwriter serve a spostare l'attenzione dallo strumento a chi lo usa e come, ma poi c'è il tema del valore generato. La storia del lavoro ci insegna che un aumento di produttività non si traduce in aumento salari o competenze. Il rischio concreto è che la produttività diventi l'alibi per tagliare organico invece che il punto di partenza per redistribuire. Per questo insisto sul fatto che l'AI riguarda sempre anche il lavoro e le sue gerarchie: la domanda su chi guadagna da questa produttività è, come dici tu, prima politica che tecnica.
Mi interessa la parte sugli incentivi che proponi: hai in mente esempi concreti italiani o esteri?
Domanda tutt'altro che semplice. Più che a un singolo esempio italiano o estero, sto provando a ragionare su un insieme di strumenti che orientino gli incentivi nella stessa direzione: premiare chi usa l'IA per creare nuovo valore, aumentare la produttività, investire in ricerca e redistribuire parte dei benefici attraverso salari e competenze, invece che limitarsi a sostituire lavoro con lavoro meno costoso.
È un ragionamento che attraversa gran parte delle proposte raccolte in Vogliamo Futuro, quindi sarebbe difficile riassumerlo in un commento. Se ti interessa, qui ho provato a sintetizzarne uno dei principi di fondo: il ruolo dello Stato e del fisco non dovrebbe essere solo redistribuire la ricchezza, ma orientarla verso ciò che genera nuovo valore. https://vogliamofuturo.substack.com/p/perche-una-casa-sfitta-non-vale-quanto
Credo che nei prossimi anni il vero dibattito non sarà tanto cosa può fare l'IA, ma come progettare istituzioni e incentivi capaci di decidere chi beneficerà della produttività che l'IA renderà possibile
Super approfondimento e super interessante Ilaria, mi hai dato diversi spunti di riflessione e mi è piaciuto un sacco il tuo stile di formattazione!
Prenderò spunti preziosi!
"Mi è piaciuto un sacco il tuo stile di formattazione!" non me lo aveva mai detto nessuno! ;) Mi ha fatto sorridere molto.
Grazie per la riflessione, confesso che anche io leggendo un bel testo lungo e articolato mi sono posta la domanda se sia stato generato con AI. Probabilmente solo perché di AI si parla moltissimo, nel bene e nel male, e spesso anche a sproposito. Invece il lavoro di ghistwriter, redazioni, ecc. per definizione è sempre rimasto "fantasma", come scrivi tu, a parte qualche bel film, o romanzo, che ha parzialmente sollevato il velo. A partire dal misconosciuto lavoro di quelli che ai miei tempi all' università si chiamavano "ricercatori", che pagati una miseria seguivano tutte le tesi dei laureandi a cui il "barone" di grido si limitava ad apporre la firma conclusiva, e, se si degnava, presentarla alla discussione di laurea! Forse la perplessità nasce dal fatto che la "macchina" per molti di noi è ancora qualcosa che si contrappone all' artigianato di chi "lavora con le mani", per quanto sappiamo bene che i lavori fatti "con le mani" sono quelli poco retribuiti, faticosi e rifiutati da quasi tutti! O forse semplicemente perché se riusciamo a capire il lavoro di uno scrittore, fatto al computer piuttosto che a penna, o di un illustratore, che usa Canva piuttosto che il pennello, il processo dietro il funzionamento dell' AI ci risulta molto fumoso e incomprensibile.
Però ritengo che sarebbe corretto precisare per ogni opera l' utilizzo dell' AI, e dei ghostwriter (come quello di qualsiasi supporto), un po' come per i prodotti tessili o di pelle si precisa "fatto a mano" o "vera pelle" (che poi sia vero è un altro discorso, ma un occhio attento sa distinguerlo). Ecco forse è questo: che non siamo più in grado di distinguere il vero dal falso, la realtà dalle fake news, e finiamo di dubitare di tutto e dire "è tutto finto", come se vivessimo in una specie di "Truman show" planetario aggiornato all' oggi!
Grazie, mi ritrovo molto nelle tue parole. IIl fatto di non sapere più distinguere che cosa è scritto, corretto, montato, suggerito o generato, mi rende sospettosa di tutto. Oggi su LinkedIn ho risposto al commento di una persona dopo essermi interrogata a lungo sul fatto di dirle o meno che il suo commento sull’uso consapevole dell’AI era evidentemente generato da un’AI (interrogata male, peraltro). Spoiler: non l’ho fatto. Non ne ho avuto il coraggio e poi io ormai sono una che vede AI ovunque.
Il parallelo con editor, ricercatori e ghostwriter è molto utile, ma mette in luce anche una differenza che diventerà sempre più importante: non tutte le forme di «aiuto» hanno lo stesso grado di delega. Un modello usato per interrogare una struttura argomentativa o individuare un punto cieco resta vicino al rapporto con un editor; un agente che cerca fonti, sintetizza documenti, invia comunicazioni o aggiorna dati in autonomia introduce invece una catena operativa che va resa verificabile.
Nei progetti con AI agentica, la domanda pratica non è quindi «hai usato l'AI?», troppo generica per dire qualcosa sulla qualità del lavoro. È: quali passaggi hai delegato, con quali fonti, quali vincoli e quali controlli umani? Un professionista non perde legittimità perché usa uno strumento; la consolida quando sa delimitare ciò che lo strumento può fare, riconoscere dove può sbagliare e assumersi la responsabilità dell'esito. Un agente può democratizzare una parte del supporto che prima era riservato a chi poteva permettersi un team, ma senza tracciabilità rischia anche di rendere invisibili errori, pregiudizi e decisioni difficili da contestare.
Forse la trasparenza più equa non è l'obbligo rituale di dichiarare ogni uso dell'AI, che finirebbe per colpire soprattutto chi ha meno margine reputazionale. È una trasparenza proporzionata: più lo strumento agisce autonomamente, più l'output ha conseguenze concrete e più deve essere possibile ricostruire il processo, verificare le fonti e sapere chi ha avuto l'ultima parola. La firma resta umana non perché ogni frase sia stata digitata da una persona, ma perché una persona può difenderne metodo, evidenze e conseguenze.
Sul passaggio dalla semplice assistenza alla delega verificabile negli agenti AI, il report "Stati Generali dell'AI Agentica" raccoglie pratiche di adozione e governance: https://datamoney.ch/stati-generali-ai-agentica.html