Questa è AnomalIA. Umani in tempi artificiali
La newsletter che legge l’intelligenza artificiale dal punto di vista delle persone, con uno sguardo critico su genere, lavoro e disuguaglianze. Ogni settimana trovi chiavi di lettura e strumenti per usare l’AI, senza delegare professionalità, pensiero e reputazione all’AI
Me lo sono chiesta sul serio. Se uso l’AI sono meno professionista? O, peggio, sono una persona impostora? Vorrei dire che per me si tratta solo di una domanda provocatoria da newsletter; in realtà è un interrogativo che mi gira in testa da un po’. Soprattutto dopo aver scritto un pezzo a cui tengo e rispetto al quale mi pare pure di aver fatto un buon lavoro (e nel quale ho usato anche l’AI). Insomma, ne ero molto soddisfatta, prima di chiedermi: “Ma così vale?”.
Se uso l’AI per ordinare i pensieri, smontare un argomento, trovare il filo di una struttura che ho in testa ma non riesco a tirare fuori, sono ancora una giornalista, una scrittrice, un’autrice? O sono una che bara?
Più che trovarla, credo che la risposta abbia trovato me, come spesso accade, mentre si fa altro. Nel caso specifico, mentre leggevo un numero di The Ubuntu Journey, la newsletter di Amberhawk , su cui ero rimbalzata per caso partendo dalla mia amata Karen Smiley .
Scrive Amberhawk:
Chi ha diritto a ricevere sostegno senza essere giudicato?
Gli amministratori delegati appongono il proprio nome su libri scritti da ghostwriter. I politici pronunciano discorsi scritti da professionisti. I direttori delle riviste trasformano gli articoli fino a renderli irriconoscibili. Eppure nulla di tutto ciò suscita indignazione morale. I ricchi e i potenti hanno sempre avuto accesso a un supporto: assistenti di ricerca, redattori, tutor di scrittura, assistenti di direzione. Nessuno mette in dubbio la "realità" dei loro lavori perché hanno ricevuto aiuto. Ma quando qualcuno usa l'intelligenza artificiale per accedere allo stesso tipo di supporto - in modo più rapido, economico e disponibile - improvvisamente si tratta di imbroglio.
BOOM!
Non avevo mai considerato la questione da questa prospettiva, finché Amberhawk non mi ha mostrato come il “lavoro fantasma” dietro al lavoro culturale riconosciuto, e in alcuni casi acclamato, sia sempre esistito. Ghostwriter, editor, speechwriter e assistenti esistono da sempre.
Solo che il supporto, quando è un privilegio, raramente viene vissuto come un inganno. E questo ci dice che il lavoro fantasma è anche una dinamica di potere. Da sempre chi ha potere ha accesso al supporto senza che nessuno ne metta per questo in dubbio la professionalità.
Pensate ai libri firmati da grandi nomi e scritti da qualcun altro. Ai guru della tv che hanno sempre la battuta giusta perché c’è una stanza di autori che gliela cuce addosso. Ai politici che leggono discorsi limati da professionisti che non saliranno mai sul palco. Agli editor, agli assistenti, ai consulenti. A chi scrive discorsi persino per scrittori e giornalisti che devono tenere un intervento motivazionale a Sanremo o ritirare un premio prestigioso. Ai discorsi ispirazionali di politici, leader, CEO passati alla storia, e scritti da altri.
Pensiamo a tutta quella filiera invisibile che da sempre aiuta alcune persone a sembrare più lucide, più brillanti, più preparate. E che, quando va bene, finisce nei titoli di coda che nessuno legge dell’ultima serie tv di successo, o nei ringraziamenti in fondo a un libro.
Nessuna persona che si avvalga di professionisti e professioniste nascoste viene trattata automaticamente come un’impostora.
Amberhawk cita poi Sher Griffin di The Cognitive Ecologist, che pone una domanda molto precisa:
Perché la legittimità di un lavoro dovrebbe svanire quando una persona della working class usa uno strumento per amplificare o potenziare ciò che sa, mentre chi ha sempre potuto permettersi assistenti di ricerca, ghostwriter o editor non deve dichiarare niente?
Perché comincia invece a sembrare imbroglio solo quando qualcosa di simile arriva da una macchina - più veloce, più economica, più accessibile - anche a chi un editor non se l’è mai potuto permettere?
Eccolo il punto che mi sfuggiva: il privilegio. Eh sì che è di quello che mi occupo ormai da oltre dieci anni, come tutte le persone, i professionisti e le professioniste che si occupano di diritti!
La questione non è mai il supporto in sé, ma chi ha sempre avuto il diritto di usarlo in silenzio. E i privilegi, di solito, non si confessano: si usano.
Questo non significa che l’AI sia neutra. Non lo è. Ci sono problemi enormi di sfruttamento del lavoro, copyright, opacità, concentrazione di potere, impatto ambientale. Ci sono testi generati male ovunque. C’è una quantità di contenuti finti e senz’anima, che fa venire voglia di chiudere tutto. La diffidenza è comprensibile. La provo anch’io. Il problema è però la denigrazione automatica del lavoro svolto anche con l’AI, che non si premura di guardare la qualità del pensiero, o la esclude a priori (quindi ha un pregiudizio) ed emette un giudizio per la sola presenza dello strumento.
Ça va sans dire, questo bias pesa di più su chi ha già meno margine di errore: donne e persone razzializzate in testa.
Da donna, conosco bene quella vocina che ti chiede di essere pura per essere credibile. Di fare più fatica per essere legittima. Di non farti aiutare troppo, perché altrimenti magari qualcuno scopre che non vali. E invece no.
Ho lavorato abbastanza, studiato abbastanza, scritto abbastanza, sbagliato abbastanza da sapere che la mia competenza non nasce da un prompt. Il punto è come uso lo strumento. Se lo uso per evitare il pensiero, sto facendo male il mio lavoro. Se pubblico qualcosa che non ho verificato, sto facendo male il mio lavoro. Se firmo parole che non saprei difendere, sto facendo male il mio lavoro.
Ma se uso l’AI per vedere meglio una struttura, controllare un punto cieco, farmi domande più precise, rendere più chiaro un passaggio, allora non sto nascondendo un vuoto. Sto lavorando con uno strumento tra i tanti, restando responsabile di quello che firmo.
Perché le parole creano mondi, lo ripeto da sempre, come un disco rotto, perché ci credo profondamente. Quello che scegliamo di raccontare, il modo in cui lo raccontiamo, quello che lasciamo fuori, costruisce ambienti più o meno umani, più o meno sicuri, più o meno equi. E questo vale anche per l’AI, che non è solo una questione tecnica, ma anche o forse ora soprattutto di responsabilità, di giudizio.
Ogni settimana provo a togliere l’AI dalle tifoseria degli AI entusiasti o degli anacronistici contrari sempre e comunque, per riportarla all’unico contesto che per me ha oggi senso, cioè quello della responsabilità e del metodo: nelle scelte concrete che facciamo mentre lavoriamo, scriviamo, comunichiamo, decidiamo.
Se questo numero ti è stato utile, puoi condividerlo con una persona, per ampliare il dibattito sul tema.
Mappa #009: Chi usa l’AI? E chi viene esclusa o giudicata?
Il dato che ho scelto per la mappa di questa edizione è tratto dall’undicesimo report annuale di Lean In + McKinsey & Company Women in the Workplace:
Prisma #009. Spunti per riflettere l’AI
Qui ogni settimana raccolgo alcune cose che ho letto o ascoltato, che mi hanno fatto riflettere e che mostrano punti di vista utili — che non vuol dire per forza allineati — sul tema.
▸ Prisma 1. Per evitare di generare mostri
Non è solo il sonno della ragione a generare mostri, ma pure le parole sbagliate (che creano mondi sbagliati da sempre, non solo da ora!). Dice Davide Giansoldati: “Scrivere Prompt è come recitare incantesimi” - e ha ragione:
Non è solo una questione di “chiedere qualcosa all’AI”: parlo proprio di quelle minuscole variazioni linguistiche cambiano radicalmente il risultato finale: una parola fuori posto, un ordine diverso, un tono ambiguo, un contesto mancante e l’output cambia completamente, proprio come nelle formule magiche dei racconti fantasy: pronunci male una parola, evochi il mostro sbagliato.
Per questo qui si continua a parlare di responsabilità.
▸ Prisma 2. Per non essere “solo la copia di mille riassunti” (cit.)
Per maneggiare l’AI con responsabilità - ancora, sì! - serve restare connessi con la nostra intelligenza umana ed emotiva, ergo, continuare a pensare e agire fuori dall’AI. Per questo vi rimando ai suggerimenti di anne 🦢 su Come possiamo imparare a pensare di nuovo senza usare la chat GPT in una società dominata dall’intelligenza artificiale?
▸ Prisma 3. Per prendersi le proprie responsabilità
Marx, dal canto suo, aveva fissato la posta in gioco al di là della proprietà: «la ricchezza reale è la produttività sviluppata di tutti gli individui», e in quel mondo «non è più il tempo di lavoro, ma il tempo disponibile la misura della ricchezza».
Fatevi un favore, leggete Intelligenza Artificiale. Marx e il Papa - Sull’intelletto generale espropriato e la magnifica umanità di Lavinia Marchetti.
A martedì,
Ilaria Maria Dondi
Vuoi capire come l’Intelligenza Artificiale
può supportare la tua comunicazione interna ed esterna?
Ogni settimana metto a disposizione solo tre slot di consulenza da 30 minuti.
1. Mi racconti obiettivi, progetti o esigenze di personal branding;
2. mettiamo a fuoco i prossimi step;
3. a fine call ti mando una breve mail di recap.




Ho trovato molto interessante il parallelismo con editor, ghostwriter e assistenti: in effetti il supporto al lavoro intellettuale è sempre esistito e nessuno ha mai messo in discussione la professionalità di chi se ne avvale. Credo però che oggi ci sia una domanda ulteriore da affrontare: se l'IA aumenta enormemente la produttività, come facciamo in modo che questo beneficio non si traduca solo in maggiori profitti, ma anche in più innovazione, salari migliori, nuove competenze e maggiore ricchezza collettiva? Secondo me è qui che entra in gioco la politica. La questione non è essere pro o contro l'IA, ma costruire incentivi che rendano conveniente usarla per creare nuovo valore, non semplicemente per ridurre il costo del lavoro. È una distinzione che, a mio avviso, diventerà sempre più centrale.
Super approfondimento e super interessante Ilaria, mi hai dato diversi spunti di riflessione e mi è piaciuto un sacco il tuo stile di formattazione!
Prenderò spunti preziosi!