Questa è AnomalIA. Umani in tempi artificiali
La newsletter che legge l’intelligenza artificiale dal punto di vista delle persone, con uno sguardo critico su genere, lavoro e disuguaglianze. Ogni settimana trovi chiavi di lettura e strumenti per usare l’AI, senza farti pensare dall’AI
Ho fatto un esperimento. Ho preso quattro articoli italiani su tre casi di femminicidio e uno di stupro, e li ho dati a un modello generativo insieme a tre documenti: il Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, il Manifesto di Venezia per una corretta informazione contro la violenza sulle donne, e la ricerca Stereotipi e pregiudizi nel linguaggio giornalistico (con relative “best & worst practice”) di progetto STEP, realizzato dall’Università degli Studi della Tuscia in partnership con l’Associazione Differenza Donna Ong.
Poi ho chiesto al modello - per la cronaca, ho utilizzato Claude Opus 4.7 - di analizzare i quattro articoli alla luce di questi tre documenti e delle loro linee guida.
***Puoi vedere e scaricare il prompt completo nel Quaderno operativo qui sotto***
(Così puoi sperimentare in prima persona o, in alternativa, puoi usarlo o proporlo come strumento per fare dei test su ciò che scrivi o leggi!).
Insomma, non ho chiesto a Claude di “capire” la violenza di genere. Non può farlo, perché - come non mi stancherò di ripetere - l’intelligenza artificiale non è senziente, né cosciente, né tanto meno intelligente. Giornaliste e giornalisti, in teoria, sì. Ed è qui che la questione si fa interessante.
Se noi siamo le intelligenze e le macchine no, perché un sistema generativo, se istruito con documenti chiari, riesce a segnalare pattern che il giornalismo italiano conosce da anni, ma continua a riprodurre?
Perché sì, è quello che è successo, ma evito di fare della facile ironia, e passo subito ai risultati dell’esperimento.
L’esperimento: i 4 articoli alla prova dell’AI
L'analisi deontologica che il modello mi ha restituito è molto più dettagliata di quanto possa stare in una newsletter. Per ogni articolo, su mia richiesta specifica, Claude mi ha restituito:
una tabella puntuale delle frasi problematiche con il riferimento normativo violato,
il frame attivato (cioè la cornice interpretativa attivata), la spiegazione e la riformulazione possibile,
oltre a una proposta di riscrittura di titolo, occhiello e lead,
e a una nota di cautela su ciò che andrebbe verificato in redazione prima della pubblicazione.
Per ragioni di spazio non posso riportarla qui per intero: l'ho raccolta in un PDF che si può leggere e scaricare qui. Quello che riporto di seguito è la sintesi in cinque punti che ho chiesto a Claude di estrarre dall'analisi completa, caso per caso.
1. Il femminicidio di Patrizia Lamanuzzi
ANSA, 15 aprile 2026
«Lancia la moglie dal balcone poi si butta anche lui, morti entrambi»
Occhiello: «Femminicidio a Bisceglie. Una vicina: ‘L’ho sentita urlare, poi l’ho vista cadere’.»
Il titolo "Lancia la moglie dal balcone poi si butta anche lui, morti entrambi" mette sullo stesso piano grammaticale e morale due azioni che non lo sono: per Patrizia Lamanuzzi è stata uccisione, per lui è stata scelta. Il "morti entrambi" finale livella tutto in un destino comune. Il verbo "lancia" inoltre suggerisce un gesto impulsivo, isolato, mentre la stessa testata nel corpo dell'articolo riferisce di liti reiterate e di una separazione in atto: la cornice del titolo nega quella del testo.
La struttura del pezzo qualifica il fatto come femminicidio nel sopra titolo, ma lo costruisce narrativamente come tragedia coniugale: "incomprensioni", "muri insormontabili", separazione imminente come attenuante implicita. L'anti-climax della litigiosità descritto da STEP (figura 15.2) è qui applicato per intero — discussione → litigi → incomprensioni — fino a far scomparire la violenza dietro la cornice del conflitto di coppia.
La vittima è restituita attraverso un post Facebook privato in apertura ("Sono Patrizia. La vita è dura, ma lo sono anch'io"), scelta che attiva il frame della romanticizzazione e costruisce un effetto-commozione per contrasto con il finale. È una worst practice STEP: la donna diventa personaggio narrativo prima che persona uccisa.
I dettagli sui corpi sulla rampa del garage, sulla pioggia battente, sulle coperte termiche gialle, sulle urla finali della donna che "vola giù" sono spettacolarizzazione vietata dall'articolo 13 lettera d del Codice deontologico. La sequenza è cinematografica e l'eufemismo "vola giù" attribuisce alla vittima un'azione che il testo stesso assegna all'aggressore.
L'identificazione dei figli (residenza a Trani, residenza in Svizzera, mestieri, movimenti) eccede la tutela prevista dall'articolo 25 lettera b sui congiunti. Manca, in compenso, qualunque collocazione del fatto nella cornice della violenza maschile sulle donne: nessun dato strutturale, nessun riferimento al 1522, ai centri antiviolenza, alla Convenzione di Istanbul. Il femminicidio resta cronaca privata.
2. Il femminicidio di Eleonora Guidi
Corriere Adriatico, 9 febbraio 2025
«Eleonora Guidi uccisa dal compagno, dalla gelosia al raptus: il giallo del movente. Lorenzo Innocenti operato alla testa»
Il titolo cumula in una riga i tre principali frame deresponsabilizzanti individuati dalla ricerca STEP: gelosia, raptus, mistero del movente. Tre cornici interpretative diverse, che convergono però nello stesso effetto: spostare l'azione fuori dal dominio della scelta consapevole.
Il sottotitolo "Lorenzo Innocenti operato alla testa" affianca al titolo del femminicidio una nota clinica sulle condizioni dell'aggressore. L'effetto è una simmetrizzazione informativa: la vita di lei e la salute di lui condividono la stessa riga, lo stesso peso visivo, la stessa rilevanza giornalistica.
La pubblicazione del nome del bambino di due anni della coppia viola l'articolo 12 del Codice deontologico sui minori e lo espone a riconoscibilità in tutti i contesti della sua crescita scolastica e sociale.
Il frame "famiglia tranquilla, nessun problema apparente, nulla lasciava presagire" rimuove la possibilità di leggere il femminicidio come fenomeno con indicatori e lo restituisce come evento imprevedibile, isolato, fuori da qualunque pattern. È esattamente il contrario di ciò che il Manifesto di Venezia chiede alla cronaca: una descrizione della realtà al di fuori di stereotipi e pregiudizi, capace di nominare il fenomeno strutturale.
I dettagli sulle modalità della violenza (numero esatto di coltellate, posizione delle ferite alle spalle, attività domestica della vittima al momento dei fatti — preparare il caffè) eccedono la continenza richiesta dall'articolo 13 lettera d e attivano, secondo lo schema STEP, una spettacolarizzazione che invece di proteggere la dignità della vittima la espone.
3. Il femminicidio di Cinzia Pinna
Quotidiano Nazionale, 24 settembre 2025
Titolo: «Emanuele Ragnedda, il vino da 1.800 euro a bottiglia e l’azienda di famiglia. Chi è l’imprenditore che ha confessato l’omicidio di Cinzia Pinna»
Occhiello: «I carabinieri e la Guardia Costiera lo hanno fermato mentre tentava di fuggire su un’imbarcazione. Secondo gli inquirenti era la sua l’auto su cui la vittima è salita la notte in cui è scomparsa.»
Il titolo è un profilo lifestyle dell’imprenditore reo confesso (vino, prezzo, azienda di famiglia): il fatto è cancellato, la vittima è cancellata.
Il pezzo è strutturato come “chi è” dell’aggressore, con genealogia di prestigio (nipote di, figlio di), formazione internazionale, citazioni d’autore d’archivio sulla “dignità della Sardegna”.
La vittima compare con nome, età, città di provenienza e nient’altro: non c’è nulla che restituisca Cinzia Pinna come persona.
Il dettaglio sulla “storia” pregressa con uno degli uomini presenti quella sera e il lessico “è salita a bordo dell’auto” centrano l’azione sulla vittima e attivano una forma indiretta di victim blaming.
Il caso è inquadrato come incidente nella biografia di un imprenditore, non come femminicidio: manca la cornice di pubblico interesse e ogni riferimento alle reti di aiuto.
4. Lo stupro di gruppo al Foro Italico
Il Mattino, 20 novembre 2024
Titolo: «Stupro di Palermo, le mamme dei ragazzi accusati: «Non sono dei mostri, è stata la ragazza a trascinarli»
Il titolo veicola come affermazione la difesa degli aggressori (”è stata la ragazza a trascinarli”), ribaltando vittima e condannati e contraddicendo la sentenza di primo grado.
La cornice editoriale aderisce al punto di vista delle madri (”una difesa senza appello”, “un’assoluzione quasi piena”), ratificando la linea difensiva con incisi valutativi della cronista.
La vittima è priva di soggettività: non viene mai nominata, mentre madri e imputati compaiono con nome e cognome.
La voce di parte civile (l’avvocata Garofalo) è ridotta a contrappunto breve, in violazione dell’art. 24 lett. e sull’adeguato spazio alle parti.
I dettagli sulla dinamica della violenza (il video, la richiesta di aiuto, il “basta basta”) sono pubblicati come elementi di colore narrativo, senza necessità informativa.
Se l’AI è più etica dei giornalisti e delle giornaliste
Quattro casi, quattro articoli e gli stessi problemi di narrazione che si ripetono: gli autori dei reati giustificati dalla follia di un raptus, dal troppo amore, o celebrati per i loro successi, nonostante la défaillance del femminicidio commesso; la vittimizzazione secondaria della vittima che un po’ se l’è andata a cercare, che a volte provoca e altre è talmente priva di agency da non avere una storia e da sparire in un lancio dal balcone, come un oggetto, o nel fastidio che la sua denuncia genera tra le comunità e le famiglie dei presunti stupratori.
Non è una questione di singole parole infelici: è proprio una trama, con degli archetipi narrativi ricorsivi e riconoscibili, come quelli che impariamo tra i banchi di scuola quando studiamo la struttura delle favole o del viaggio dell’eroe.
Evidentemente, abbiamo un problema.
Il problema è che le regole esistono, ma spesso non arrivano neppure al titolo.
Un modello generativo non ha coscienza femminista. Non ha esperienza, non ha etica, non ha responsabilità. Fa una cosa più banale: riconosce ricorrenze. Se gli dai in pasto il Codice deontologico, il Manifesto di Venezia e una lista di buone e cattive pratiche, lui cerca nel testo le tracce compatibili con quelle istruzioni.
E allora la domanda non è: com’è possibile che l’AI le veda? La domanda è: com’è possibile che i professionisti e le professioniste in tante redazioni non le sappiano riconoscere?
Il problema non è solo come le redazioni raccontano la violenza. È come la riproducono.
Come dice il proverbio, la mela non cade lontana dall’albero.
A marzo 2026 IrpiMedia ha pubblicato un’inchiesta, firmata da Alessia Bisini,
Francesca Candioli, Roberta Cavaglià e Stefania Prandi su molestie, discriminazioni e abusi nelle redazioni italiane. Cento giornaliste intervistate, cento testimonianze. Tutte hanno raccontato discriminazioni di qualche tipo; in molti casi molestie, ricatti, violenze, mani addosso, baci forzati, conseguenze sulla salute mentale, dimissioni, abbandono della professione. E stupri.
L’inchiesta mostra che a compiere molestie e discriminazioni sono stati in larga parte direttori e caporedattori: proprio le figure che nelle redazioni decidono titoli, priorità, carriere, autorevolezza, spazio.
Questa cosa va detta senza giri di parole: le redazioni che dovrebbero raccontare la violenza di genere sono spesso attraversate dalla stessa cultura di potere che dovrebbero saper nominare.
La redazione in cui:
una giovane collaboratrice impara che per lavorare deve sopportare battute, allusioni, ricatti o umiliazioni è la stessa redazione in cui chi corregge un titolo sessista rischia di essere trattata come pesante, ideologica, esagerata;
chi prova a discutere il maschile sovraesteso viene presa in giro per anni, è la stessa redazione in cui “raptus” sembra ancora una parola neutra;
Questo non accade perché ogni singolo giornalista è in malafede, né esclude dalla responsabilità molte giornaliste che spesso adottano e replicano i sistemi maschilisti in cui lavorano senza riconoscerli: ci dice, come sempre, che esiste un problema di cultura. I giornali e i loro articoli non nascono nel vuoto o nella neutralità: nascono dentro organizzazioni, abitudini, gerarchie, automatismi, pigrizie, paure, rapporti di forza.
Allora l’AI serve?
Dipende da cosa intendiamo per “servire”. Se pensiamo a un’AI che sostituisce il lavoro redazionale, la risposta è no. E lo dice anche il Codice deontologico: l’intelligenza artificiale non può sostituire l’attività giornalistica; chi la usa deve dichiararlo, mantenere responsabilità e controllo, verificare fonti e dati, e non può considerare l’AI un’esimente rispetto agli obblighi deontologici.
Ma se pensiamo a uno strumento istruito sui documenti che il giornalismo italiano ha già prodotto, allora il discorso cambia.
Una redazione potrebbe usare un modello generativo non per “scrivere al posto di”, ma per fermarsi prima di pubblicare. Per chiedere: questo titolo sposta l’attenzione sull’assassino? Questo sommario suggerisce gelosia, raptus, mistero? Questo articolo dà più spazio alla reputazione dell’uomo che alla vita della donna? Questa fonte di parte è contestualizzata? Questa frase trasforma una violenza in una lite? Questo dettaglio è essenziale o spettacolarizza?
Non si tratta di delegare il pensiero etico a una macchina o automatizzarlo, ma di usare i LLM per riconoscere i bias che continuiamo a perpetuare convinti di non averne, nonostante anni di formazione obbligatoria, call out e appelli.
La domanda, però, resta politica: una redazione che oggi non ascolta le giornaliste quando fanno notare questi problemi, ascolterebbe uno strumento che dice la stessa cosa? Forse no.
Mappa #002: Le redazioni
Questa è la Mappa del secondo numero di AnomalIA, dedicato al modo in cui l’intelligenza artificiale può aiutare le redazioni a riconoscere i propri bias nel racconto della violenza di genere.
Qui, però, l’AI c’entra poco. Le indagini di IrpiMedia 2026 e quella precedente di FNSI 2019 ci ricordano che il problema non è solo “come scriviamo”, ma anche da dove scriviamo.
Prisma #002. Spunti per riflettere l’AI
Qui ogni settimana raccolgo alcune cose che ho letto o ascoltato, che mi hanno fatto riflettere e che mostrano punti di vista utili - che non vuol dire per forza allineati - sul tema.
💎 Prisma 1. Per chi dice siete esagerate, non c’è tutta questa violenza di genere
Donata Columbro e Roberta Cavaglià scrivono insieme No, l’indagine sulla violenza contro le donne dell’Istat non contiene interviste falsificate, la risposta alle “decine di maschi quasi ‘trionfanti’ a dire ‘noi lo sapevamo che non poteva essere vero che quasi 1 donna su 3 avesse subito violenza almeno una volta nel corso della vita e 1 su 9 negli ultimi cinque anni’”.
💎 Prisma 2. La stampa, le mutande, il femminismo
Altro pezzo a quattro mani, non recente ma utilissimo. Enrica Nicoli Aldini e Anna Menale in Nella vicenda delle famose chat, non vince nessuno e perdono solo le donne prendono posizione sulla pubblicazione, su un quotidiano nazionale, delle chat private di un gruppo di attiviste e attivisti. Il pezzo è di novembre 2025, ma il meccanismo che descrive è esattamente quello che critichiamo nella cronaca dei femminicidi: il modo in cui la stampa sceglie le immagini delle donne per accompagnare le storie. In questo caso, fotografie in mutande prelevate dai loro stessi profili social. Cosa c'entrano con le chat? Niente. Ma servono allo stesso lavoro che fanno le foto sorridenti accanto al titolo "uccisa per gelosia": spostare il giudizio dall'azione raccontata alla donna che ne è oggetto.
💎 Prisma 3. L’AI non è un posto per femmine (ma possiamo cambiare le cose!)
Ho appena finito di leggere Internet non è un posto per femmine di Silvia Semenzin (Einaudi, gennaio 2026). A parte il fatto che è utilissimo per comprendere come le donne siano state straordinariamente presenti e importanti per la nascita dell’industria informatica, salvo poi essere estromesse, sia simbolicamente dai riconoscimenti e dalla storiografia, sia praticamente. Semenzin poi mostra molto bene cosa si intende quando si dice che Internet è un luogo di potere prima che di tecnologia: algoritmi che imparano gli stereotipi, piattaforme che monetizzano la violenza di genere (che lei ha sperimentato a sue spese), sessismo travestito da intrattenimento, revenge porn. La posizione di Semenzin, che mi trova in linea conscia che altre voci femministe che stimo vorrebbero invece un ostruzionismo radicale verso l’AI, è il riconoscimento che gli spazi tecnologici vanno abitati per renderli sicuri. Così come lo slogan femminista dice che le strade sicure le fanno le donne che le attraversano, credo che Internet e AI sicuri li possano fare solo le donne e, più in generale, le persone che li usano e li pensano.
💎 Prisma 4. L’allarme ONU su AI e violenza di genere
Ashifa Kassam firma per The Guardian il pezzo UN warns women in public life face increasingly sophisticated online violence, in cui rende conto del fatto che “le donne impegnate nella vita pubblica sono esposte a una violenza online sempre più sofisticata. Un rapporto di UN Women afferma che l’intelligenza artificiale, l’anonimato e la mancanza di leggi efficaci aumentano i rischi derivanti dall’utilizzo degli spazi digitali.”
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Il prossimo numero di AnomalIA esce martedì 12 maggio. Continuerà ad essere gratuito, Quaderno incluso. Ancora per poco… Poi sarà riservato a chi si abbona.
Grazie, di cuore.
A martedì,
Ilaria Maria Dondi






Che bell'esperimento, Ilaria. Avevamo il sospetto che, quando si scrive di violenza di genere, "volere è potere": se ne può scrivere in maniera rispettosa, se lo si vuole. La prova che persino l'AI, con le linee guida create appositamente da esseri umani per farlo, lo sappia fare meglio di molti/e giornalisti/e è la prova che gli strumenti non mancano, manca la cultura. Grazie per aver citato la nostra inchiesta, felice di vedere che il lavoro che abbiamo fatto confluisca nel tuo e (spero!) in quello di tante altre giornaliste in futuro.
Esperimento potentissimo! Potrei fare della facile ironia dicendoti che Claude ti ha risposto così correttamente perché gli hai dato da studiare i testi "giusti"; quanti giornalisti (maschi, ma non solo) li hanno letti? Il codice deontologico spero bene di sì, ma i due più specifici sulla violenza contro le donne? Temo proprio di no, visti i consueti commenti intorno a queste vicende (e purtroppo non solo da parte dei giornalisti). Sarebbero forse da rendere obbligatori per chi inizia la professione, ma in un Paese che rifiuta ostinatamente l' educazione affettiva, al rispetto o comunque la si voglia chiamare (io toglierei la parola "sesso", credo sia quella che turba tanto le "anime belle"!) nelle scuole lo vedo molto difficile!
Per quanto riguarda Prisma 4, anche io noto da tempo, in particolare su Facebook, un accanimento nei commenti contro le donne, soprattutto se con un ruolo pubblico, peggio ancora se di sinistra! Ultimamente ho cominciato a pensare che siano commenti generati automaticamente, tramite bot e simili, all' inizio pensavo ad una truppa organizzata e magari retribuita appositamente, ma sono decine se non centinaia, spesso abbastanza ripetitivi, dubito che qualcuno per quanto motivato possa passare ore a scrivere insulti e meschinità varie e non abbia di meglio da fare (tranne forse qualche personalità paranoica e con grossi problemi di rapporto con l' altro sesso).
Grazie per i tuoi interessantissimi approfondimenti, secondo me dovresti pubblicarli, non credo che ci siano molti studi su AI e questioni di genere (che oltre al tema del lavoro di cui ti ho detto mi appassionano moltissimo!).